di Flavio Gambini, Segretario generale UIL FP Toscana
Quelli che, durante la trattativa, chiedono di chiudere. Quelli del «bene, ma soprattutto subito», perché bisogna dare continuità ai rinnovi, recuperare i ritardi e impedire che l’inflazione continui a erodere i salari.
Quelli che chiedono di accelerare e, nello stesso tempo, vogliono cambiare una parola, spostare una virgola, aggiungere un inciso, trasformando ogni dettaglio in una battaglia decisiva.
Quelli che al tavolo affrontano questioni, anche importanti, ma lontane dal perimetro del contratto e risolvibili soltanto attraverso interventi legislativi o, comunque, in sedi diverse da quella contrattuale.
Quelli che discutono del sesso degli angeli mentre si stanno negoziando salari, indennità, profili, incarichi, diritti, tutele e condizioni di lavoro.
Quelli che, nei loro interventi, partono dalla preistoria e attraversano intere ere sindacali per arrivare a un presente nel quale, alla fine, non si capisce bene quale proposta stiano avanzando.
Quelli che, prima di decidere, aspettano di vedere che cosa farà il resto del tavolo, anziché valutare autonomamente il testo e le risposte ottenute.
Quelli che, alla fine, firmano.
E quelli che, subito dopo, sembrano non riconoscersi più nella propria firma.
La firma è una scelta
Una trattativa sindacale è un processo dinamico: è discussione, confronto, rappresentanza e mediazione. È un continuo tira e molla, fatto di pressioni, proposte, modifiche e tentativi di spostare il punto di equilibrio.
Ogni organizzazione porta al tavolo le proprie priorità e le aspettative delle lavoratrici e dei lavoratori che rappresenta. Ma la trattativa, a un certo punto, diventa decisione. Ed è lì che si misura la serietà di chi siede al tavolo.
Quando si sceglie di firmare, bisogna avere il coraggio, la coerenza e la responsabilità di riconoscersi in quella scelta e di sostenerla fino in fondo.
Nessuna organizzazione ottiene tutto ciò che ha chiesto e nessun contratto rappresenta l’optimum. Un contratto nasce dalla ricerca di un equilibrio tra istanze, sensibilità e priorità differenti.
Ciascuno valuta il risultato sulla base della propria piattaforma e delle risposte ricevute. Alla fine, però, si decide: si firma oppure non si firma.
Coerenza anche quando costa
La UIL Funzione Pubblica questa scelta l’ha già compiuta, anche quando era molto più difficile.
Non abbiamo sottoscritto il precedente CCNL della Sanità Pubblica 2022-2024 perché non dava risposte economiche adeguate e, in alcuni punti, peggiorava il quadro normativo. L’introduzione dell’assistente infermiere ne rappresentava una delle criticità più evidenti.
Non abbiamo firmato per poi lamentarci il giorno dopo. Abbiamo detto no e ci siamo assunti tutte le conseguenze di quella decisione, compresa l’esclusione dai tavoli della contrattazione.
Non è stato semplice, ma abbiamo mantenuto la barra dritta.
Oggi un contratto diverso
Oggi abbiamo compiuto una scelta diversa, perché diverso è il contratto che abbiamo valutato.
Uno degli obiettivi fondamentali della UIL era anticipare le risorse: se erano già disponibili, bisognava riconoscerle subito alle lavoratrici e ai lavoratori.
Perché il tempo è salario.
Firmare il CCNL 2025-2027 nel 2026, anziché attendere il 2028, significa rendere disponibili prima gli aumenti e difenderne meglio il valore. Il ritardo contrattuale ha sempre un costo e a pagarlo è chi lavora.
Ma non abbiamo guardato soltanto alla parte economica.
Il rinnovo rafforza le indennità, estende la specificità infermieristica alle ostetriche, introduce nuovi riconoscimenti professionali e apre percorsi importanti sui profili, sugli incarichi e sulla valorizzazione delle competenze.
Ci sono le novità sul disability manager, il riconoscimento dell’autista soccorritore e altri avanzamenti che dovranno essere consolidati e sviluppati nei prossimi rinnovi.
Non diciamo che tutto sia perfetto. Molto resta ancora da fare.
Vediamo, però, un cambio di direzione: tempi più rapidi, risorse riconosciute durante la vigenza contrattuale, maggiori tutele e aperture normative sulle quali continuare a costruire.
Un contratto non conclude un percorso: deve farlo avanzare.
È per questo che abbiamo sottoscritto la preintesa, la condividiamo e la difendiamo, assumendoci pienamente la responsabilità della nostra scelta.
Che cosa accadrà alla firma definitiva?
È bene ricordarlo: quella firmata è ancora una preintesa. Il contratto dovrà essere sottoscritto definitivamente per diventare efficace e trovare concreta applicazione nei luoghi di lavoro.
E allora la domanda sorge spontanea: le organizzazioni che oggi sostengono che questo contratto non dia risposte, che le risorse siano state distribuite male e che l’equilibrio raggiunto non tuteli adeguatamente le lavoratrici e i lavoratori, che cosa faranno al momento della firma definitiva?
Se ritengono davvero che il contratto non soddisfi le persone che dichiarano di rappresentare, abbiano il coraggio di non sottoscriverlo. Sarebbe una scelta legittima e coerente.
Molto meno comprensibile sarebbe firmare per evitare le conseguenze della mancata sottoscrizione, restare ai tavoli e, contemporaneamente, contestare all’esterno l’equilibrio che si è liberamente scelto di condividere.
Non si può conservare la firma e disconoscerne il significato.
Non si può rivendicare ogni risultato e attribuire agli altri ogni limite.
Non si può spiegare alle lavoratrici e ai lavoratori che il contratto non li tutela e poi sottoscriverlo comunque in loro nome.
A Roma si direbbe: tirare il sasso e nascondere la mano. Ma nel sindacato la mano non si nasconde: si usa per firmare oppure per non firmare. E, in entrambi i casi, bisogna metterci la faccia.
Metterci la faccia
Un sindacato vero risponde politicamente delle proprie decisioni, delle proprie firme e delle proprie azioni.
Noi lo abbiamo fatto quando abbiamo deciso di non sottoscrivere il precedente contratto. Lo facciamo oggi, condividendo e difendendo questo rinnovo.
Se ritenete davvero che questo contratto non soddisfi le lavoratrici e i lavoratori che rappresentate, non firmate il definitivo.
Avrebbe molto più senso e, soprattutto, sarebbe coerente con ciò che oggi state dicendo.
